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Largo al cervello, anche a scuola

17 Mar. 2010 | categoria N.06 - Aprile 2010, biologia | Leggi tutto | Nessun commento

Sempre più spesso si parla di neuroscienze e, in futuro, occuparsene diventerà quasi necessario anche per questioni sanitarie. Ma ha senso portarle in classe? E con quali strategie didattiche? Un giornalista scientifico indaga.

di Donato Ramani

Sono le quattro e trenta del mattino sulla strada 40 nei pressi di Neuropolis. Cody, 19 anni, è alla guida della sua automobile. Al suo fianco c’è Anna, 18 anni. All’improvviso, una macchina sbucata da chissà dove punta dritta su di loro. Cody cerca di evitarla, ma perde il controllo del mezzo che esce dalla carreggiata, schiantandosi. Anna, priva di sensi, è trasportata via da un elicottero di soccorso, mentre per Cody non c’è più niente da fare. Ai detective accorsi sulla scena non resta che scoprire chi ha ucciso Cody. Un indizio su tutti appare importante: una lattina di birra trovata sull’asfalto. N-Squad è un interessante gioco online (http://nsquad.rice.edu) e quello che vi abbiamo raccontato è solo l’inizio di una storia costruita dal Center for Technology in Teaching and  earning della texana Rice University per far conoscere agli adolescenti gli effetti dell’alcol sul loro organismo e, in particolare, sul loro cervello. Proseguendo nei diversi livelli, il giocatore si trasformerà in uno scienziato forense imparando molte cose sul funzionamento del sistema nervoso e sulle sue componenti essenziali, i neuroni, e ricavando importanti informazioni sull’impatto dell’etanolo, a breve e lungo termine, sulla sua attività. Alla fine del percorso, se avrà risposto correttamente a una serie di quesiti, il giocatore riuscirà anche a scoprire l’assassino.

(Studiare) il cervello contro le droghe

Sempre più spesso si parla di neuroscienze dell’educazione: si tratta, in pratica, di applicare le conoscenze sul funzionamento del cervello per capire meglio i meccanismi dell’apprendimento, cercando così di migliorare l’acquisizione e la memorizzazione delle informazioni da parte degli studenti. Una branca della scienza, questa, che nasce da una fusione tra saperi diversi, quello dei docenti e quello dei neuroscienziati, alla ricerca – insieme – delle più adeguate tecniche di insegnamento e di apprendimento. Ribaltando l’ordine dei termini, però, anche l’educazione alle neuroscienze, o fatta attraverso le neuroscienze, può avere un proprio importante ruolo. Lo dimostrano l’iniziativa americana appena descritta, come pure un altro progetto portato avanti dallo stesso gruppo di ricerca e intitolato The reconstructors: un’avventura interattiva e didattica ambientata in un mondo futuro, sempre nella città di Neuropolis (e dove sennò), dedicata alla prevenzione delle droghe. Il tutto in un gioco online (http://reconstructors.rice.edu) che porta i ragazzi a prendere dimestichezza con concetti e meccanismi biologici, come l’azione della serotonina nel regolare la memoria o l’umore o ad approfondire le proprie conoscenze sulle funzioni del cervello che vengono modificate dall’azione degli stupefacenti. Leslie Miller, a capo di entrambi i progetti, conferma: «Le neuroscienze sono estremamente importanti per far comprendere agli studenti l’impatto delle droghe [o dell’alcol, NdA] sul loro organismo, ma anche gli sviluppi futuri della ricerca in questo campo».

Tutti pazzi per le neuroscienze

Tocchiamo così il primo punto fondamentale legato alla didattica delle neuroscienze, ovvero: «Perché è importante fare divulgazione su questi temi tra i più giovani?». Che le neuroscienze siano una branca della scienza dalle molte promesse è un dato di fatto. Le applicazioni che le ricerche sul cervello stanno aprendo in campo medico sono innegabili: si pensi a tecnologie raffinatissime e rivoluzionarie come la PET (tomografia a emissione di positroni) o l’fMRI (risonanza magnetica funzionale), oggi utilizzate per la diagnosi di tumori o di lesioni al sistema nervoso. Oltre a quanto è già possibile, su queste tecniche sono riposte molte speranze anche rispetto a possibili future applicazioni, per esempio nel monitoraggio delle terapie o nella diagnosi precoce di un’ampia serie di malattie neurodegenerative. È noto, altresì, che l’interesse per il cervello non riguarda solo medici e scienziati. E non può passare inosservato il gran numero di copertine che i magazine, dai più popolari a quelli specializzati, non esclusi i prestigiosi “Science” e “Nature”, dedicano a questo tema. In qualche occasione, va precisato, spingendosi a indagare territori certamente affascinanti ma che con la medicina hanno poco a che fare, e suscitando così polemiche e critiche tra gli stessi addetti ai lavori. In effetti, troppo spesso (e troppo frettolosamente), il cervello sembra diventare la nuova sfera di cristallo in cui leggere i nostri segreti. Al punto che, grazie a tecnologie come la già citata fMRI, si promette di far luce su aspetti intimi come la personalità, le emozioni, l’identità e il comportamento. O, persino, di riuscire a capire se diciamo la verità o una bugia, in una versione neuroscientifica della macchina della verità: la discussione per l’utilizzo nelle aule dei tribunali di queste indagini come vere e proprie “prove”, soprattutto negli Stati Uniti, è sempre più accesa.

Più informati, più sani

In ogni caso, e restando alla larga dai territori più controversi, una volta preso atto che le neuroscienze sono destinate ad avere un grande impatto sulla scienza prossima ventura, perché se ne dovrebbe parlare ai ragazzi? Il professor Eric Chudler, neuroscienziato presso l’Università di Washington, ha creato un sito di divulgazione delle neuroscienze indirizzato proprio ai più giovani. Si chiama Neuroscience for kids. «L’ho ideato alla fine degli anni novanta», dice. «Mi capitava spesso di essere invitato nelle scuole a parlare del mio lavoro. Cominciai con quella dei miei figli ma con il passaparola, nel tempo, questa attività si è allargata. Il mio obiettivo? Voglio instillare nei ragazzi una scintilla, accendere la loro curiosità, portarli a interrogarsi su sé stessi e sulle cose che li circondano, oltre a far piazza pulita di tutta la cattiva informazione che c’è sul cervello e sulle neuroscienze». Del resto, dice Chudler, i motivi per saperne di più su questi temi, sono molti. «Per praticare, sin dalla più giovane età, abitudini di vita salutari» (per esempio riguardo ai ritmi sonno-veglia, all’umore, oltre alla già citata prevenzione di alcol e droghe); «per imparare come funziona il cervello e sfruttarlo al meglio per studiare, memorizzare, ragionare e, per quanto riguarda gli insegnanti, per aiutare i ragazzi in questi processi»; «perché conoscere come funziona il nostro cervello significa conoscere anche noi stessi»; e, infine, perché, «le malattie del sistema nervoso, direttamente o indirettamente, ci riguardano tutti».

Prepararsi al futuro

In effetti, l’impatto delle malattie del cervello sulla società e sulle vite dei singoli, secondo gli esperti, è destinato a essere sempre più gravoso. Lo conferma il professor Pier Paolo Battaglini, neurofisiologo, ordinario di fisiologia presso la Facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Trieste. «Le patologie nervose, non solo le malattie mentali ma anche le neoplasie, le lesioni di varia natura e, con l’allungamento della vita media, tutte le patologie neurodegenerative come il Parkinson o l’Alzheimer, giocheranno un ruolo sempre più importante nel nostro futuro. Si calcola che questi problemi, potranno riguardare addirittura un individuo su tre. Il tutto con conseguenze molto importanti in ambito economico e sociale, ma anche nella sfera personale e individuale. P ensiamo al morbo di Alzheimer, alla lenta progressione della malattia, a come influenza la qualità della vita di chi ne è affetto e di chi lo assiste, ai cambiamenti di carattere e di personalità a cui il malato va incontro con un carico emozionale estremamente gravoso, per il malato stesso ma anche per i suoi familiari. È bene che i ragazzi conoscano questi problemi, visto che in modo diretto o indiretto saranno costretti ad affrontarli». E i numeri lo confermano. Solo in Europa, oggi, sono più di sette milioni i malati di Alzheimer, più di un milione in I talia. Secondo le previsioni, nel mondo saranno più di 100 milioni nel 2050. Oltretutto, come sottolinea Katie Travis, responsabile del Neurosciences Graduate Program dell’Università di San Diego, fondato nel 2005: «Capita spesso che i ragazzi sappiano un sacco di cose su cuore, polmoni o muscoli, ma non conoscano granché su ciò che fa funzionare tutto, e cioè il cervello. Spiegare l’importanza di quest’organo come il centro di comando di tutto il corpo, nella didattica, è il nostro più importante obiettivo». Detto questo, non rimane molto da aggiungere nella risposta al nostro primo quesito: perché parlarne?

Un messaggio per Mr. Dendrite

Sul come farlo, sia di qua sia di là dall’Oceano gli intervistati sono generalmente concordi nel dire che è l’approccio ludico quello più efficace. Magari catturando l’interesse dei ragazzi attraverso strumenti che riconoscono familiari, siano i videogame o i telefilm più popolari del piccolo schermo. Questa è, per esempio, l’opinione della professoressa Miller: «Un buon modo per trasmettere queste informazioni è il gioco. I n ricerche recenti abbiamo dimostrato che insegnare la scienza attraverso il gioco risulta molto efficace, anche per convincere i ragazzi a intraprendere carriere scientifiche. Funzionano in particolare i giochi di ruolo in cui i giovani si trasformano in scienziati». Un altro esperimento portato avanti dalla sua équipe mette in campo addirittura CSI, uno dei telefilm più amati dai ragazzi, che possono qui prendere dimestichezza con vari concetti di biologia. L’intrattenimento educativo è anche la strategia adottata dal professor Chudler: «Con Neuroscience for kids provo a rendere le neuroscienze divertenti attraverso giochi, attività e dimostrazioni tutte volte a motivarli». Qualche esempio? Navigando sul suo sito, nella sezione Experiments potrete mettere alla prova il vostro tempo di reazione al cambiamento dei colori dello sfondo del vostro computer, oppure potrete aiutare Mr. Assone a passare un messaggio a Mr. Dendrite in un labirintico cervello nell’online Brain Maze Game. O, ancora, giocare all’impiccato, perdervi a caccia al tesoro, e testare la vostra capacità di memoria.

Un cervello in mano

Divertimento può anche voler dire toccare con mano. In senso letterale: «In base alla mia esperienza, il miglior modo per insegnare le cose è far fare ai ragazzi esperienze hands-on» dice Katie Travis. «Nelle nostre attività, questo significa permettere ai ragazzi di tenere in mano un cervello (nel nostro caso sono quelli di pecora), ma anche far vedere loro vari tipi di cervelli animali e umani. Sono esperienze davvero illuminanti. Nelle scuole raccogliamo sempre un grandissimo entusiasmo nei ragazzi che spesso si trovano per la prima volta davanti a un cervello vero». Divertimento e partecipazione sono ingredienti chiave anche nell’opinione del professor Battaglini: «L’apprendimento passivo è sempre meno efficace di quello attivo, fatto attraverso il coinvolgimento diretto, il gioco, l’attività non più solo vista e ascoltata ma, invece, svolta dal ragazzo in prima persona». Con il Centro interdipartimentale per le neuroscienze dell’Università di Trieste, Battaglini è da anni attivamente impegnato nella divulgazione delle neuroscienze attraverso molteplici attività che vanno dai neuroscience café, al lavoro con le scuole superiori e i licei triestini (con laboratori in cui viene dissezionato il cervello di animali per capirne anatomia e funzioni), alla collaborazione con il science centre Immaginario scientifico, fino alle Olimpiadi delle neuroscienze, di cui è coordinatore nazionale.

Mettersi alla prova

Quest’anno per la prima volta anche l’Italia parteciperà al concorso, le cui finali nazionali avranno luogo a Trieste il 12 giugno prossimo. «Le Olimpiadi delle neuroscienze sono competizioni destinate a ragazzi tra i 13 e i 19 anni, che si impegnano in diversi test che mettono alla prova le loro conoscenze su argomenti come l’intelligenza, la memoria, le emozioni, lo stress, l’invecchiamento, il sonno e le malattie del sistema nervoso», spiega il professore. Dalla prima prova che avviene nelle sedi delle diverse scuole, in tutto il territorio nazionale, verranno selezionati i migliori studenti che parteciperanno alle prove regionali. I tre migliori studenti per ogni regione accederanno alla prova nazionale. Solo uno studente, il migliore fra tutti, passerà alla gara internazionale. «Le prove sono di vario tipo: dalle domande a risposta multipla ai cruciverba, alla diagnosi di malattie sulla base di sette sintomi», racconta Battaglini. Obiettivo della competizione? Come si legge sul sito di presentazione, accrescere, nei ragazzi, «la consapevolezza nei confronti della parte più “nobile” del loro corpo, per la propria salute e nell’interesse della società in cui vivono e vivranno». Nell’ultima edizione, il vincitore assoluto della gara internazionale si è aggiudicato un premio di 3000 dollari, oltre a uno stage estivo in un famoso laboratorio di ricerca. Per quest’anno l’iscrizione alla competizione è chiusa, per chi volesse partecipare l’appuntamento quindi è per il 2011. Nel frattempo, per i futuri partecipanti un invito è d’obbligo: studiate la materia a fondo (le domande non sono poi così facili e le risposte non si possono improvvisare, ma materiale per cominciare è già sul sito) e, ovviamente, ragazzi, quando vi troverete davanti ai test, spremete le meningi!

Risorse

  • L . Miller, H. Schweingruber, R . Oliver, J. Mayes, and D. Smith, Teaching Neuroscience through Web Adventures: Adolescents Reconstruct the History and Science of Opioids, in “The Neuroscientist”, 2002, n. 1, vol. 8.
  • D. Ramani, The brain seduction: the public perception of neuroscience, in “Journal of Science Communication” (JCOM), dec. 2009, n. 8, vol. 4.
  • F. Schauer, Can Bad Science Be Good Evidence: Lie Detection, Neuroscience, and the Mistaken Conflation of Legal and Scientific Norms, in “Cornell Law Review”, Forthcoming Virginia Public Law and Legal Theory Research Paper No. 2009-14.
  • www.alzheimer.it/numeri_eu.html
  • http://neurograd.ucsd.edu/outreach
  • www2.units.it/~brain

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L’autore

Donato Ramani è assegnista di ricerca per il progetto Bid-brains in dialogue presso la Sissa di Trieste, dove insegna comunicazione della biologia al Master in comunicazione della scienza. Come freelance scrive per diversi periodici nazionali.

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N.06 - Aprile 2010