Imparare al museo della scienza
Una visita in un museo non può sostituire una buona lezione in classe, ma è innegabile che possieda un impatto positivo sulle conoscenze e le attitudini dei visitatori. In questo articolo, l’analisi di una museologa su che cosa (e come) si apprende nei luoghi per eccellenza dell’educazione informale.
di Paola Rodari
Durante le passate vacanze di Natale circa 25 000 persone al giorno hanno visitato il Natural History Museum di Londra, e circa 30 000 la Cité des sciences et de l’Industrie di Parigi (sì, avete letto bene: venticinque e trenta mila persone al giorno). È vero che pochi altri musei possono vantare numeri simili, ma se consideriamo insieme i visitatori che in tutto il mondo entrano ogni giorno nei musei della scienza e della tecnica, di storia naturale, di storia della scienza, oppure in science centre (musei interattivi), acquari, planetari, orti botanici, centri visita dei parchi naturali (e l’elenco potrebbe continuare), in quelli grandi come in quelli piccoli, ci rendiamo conto subito che l’impatto culturale complessivo di queste istituzioni è impressionante. Si tratta di uno dei più importanti canali di contatto tra il grande pubblico e la scienza, forse il più popolare, quello che richiede, in partenza, il minimo di interesse specifico: i principali fruitori dei musei (oltre alla scuola) sono infatti le famiglie, alla ricerca di un modo per passare il tempo insieme, piacevolmente.
Quanto al rapporto tra musei e mondo della scuola è presto detto: è strettissimo. Per fare un esempio italiano, al Museo tridentino di scienze naturali passa ogni anno il 70% degli studenti delle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Trento: il museo (con le sue sedi distaccate: giardino alpino, museo Caproni, palafitte di Ledro ecc.) è un punto di riferimento fidato e sempre a disposizione per conoscere la natura e il territorio. A ltri grandi alleati della scuola italiana sono il Museo nazionale della scienza e della tecnologia di Milano e la Città della scienza di Napoli, che non solo offrono una gamma costantemente rinnovata di servizi per le scolaresche, ma anche intraprendono al loro interno e in ambito europeo programmi di ricerca per progettare le attività più efficaci e innovative. Questi i più grandi, ma non bisogna dimenticare i tanti, tantissimi altri che operano a livello regionale, cittadino o anche di piccolo centro: una rete di qualche centinaia di strutture (per una lista aggiornate si veda http://ulisse.sissa.it/scienzaEGita) che offrono visite guidate, dimostrazioni scientifiche, incontri con i ricercatori, teatro scienza, laboratori didattici, gite naturalistiche, conferenze, seminari di aggiornamento per docenti e così via.
I diversi volti dell’apprendimento
Ma che cosa si fa esattamente in un museo della scienza? Che senso dare alla parola “apprendere” in questi contesti? Perché è chiaro che non si può e non si deve chiedere a una visita a un museo di “insegnare” nello stesso modo progressivo, sequenziale e controllato che caratterizza la scuola. Nel 2009 negli Stati Uniti è stato reso pubblico un imponente lavoro di revisione sulle pratiche e gli studi che riguardano l’apprendimento scientifico al di fuori della scuola e dell’università, cioè la cosiddetta educazione informale. Il documento, promosso dal National Science Council delle accademie scientifiche del paese (National Academy of Science, National Academy of Engineering e Institute of Medicine) è il frutto del lavoro di 14 esperti che hanno raccolto, discusso e poi ordinato centinaia di documenti e ricerche sulle premesse pedagogiche, i luoghi e le pratiche dell’apprendimento informale della scienza. Sono state prese in considerazione non solo le teorie che descrivono e motivano la pedagogia dell’educazione informale, ma anche gli innumerevoli studi che, soprattutto nel mondo anglosassone, da anni cercano modi per valutare e misurare l’apprendimento che avviene all’interno di un museo, anche durante la più disordinata e pigra visita di un gruppo casuale di visitatori. Una prima conclusione dell’analisi è la seguente: si dovrebbe parlare non tanto di apprendimento ma di apprendimenti; infatti, gli autori hanno identificato diversi aspetti che caratterizzano l’esperienza di imparare al museo. In un contesto informale le persone:
1. vivono esperienze interessanti, coinvolgenti e stimolanti, e vengono motivate ad acquisire nuove conoscenze sui fenomeni del mondo fisico e naturale;
2. riescono a formulare, capire, ricordare e utilizzare concetti, spiegazioni, argomentazioni, modelli e fatti relativi alla scienza;
3. manipolano, testano, esplorano, predicono, osservano e danno senso al mondo fisico e naturale;
4. riflettono sulla scienza come modo di conoscere; sui suoi processi, concetti e istituzioni; riflettono sul loro stesso processo di apprendimento;
5. partecipano ad attività scientifiche e a pratiche di apprendimento insieme ad altre persone, usando lessico scientifico e strumenti specifici;
6. pensano sé stesse come persone che apprendono la scienza, e si costruiscono un’identità di persone che conoscono e usano il sapere scientifico e che talvolta contribuiscono a produrlo.
Tutti questi vissuti – che sono stati registrati e misurati – accadono in un museo alcune volte come risultato di una stessa attività e altre come effetti separati di attività diverse, che promuovono maggiormente l’uno o l’altro aspetto. Rileggendoli con attenzione si capisce inoltre che, in quanto risultati cognitivi, sono ordinati dal più facile a ottenersi al più difficile: infatti è molto facile ottenere, attraverso una visita o un laboratorio, che i visitatori si divertano e si sentano stimolati (aspetto 1), mentre è molto più difficile coinvolgerli in un’attività di vera ricerca scientifica, modificando non solo la loro attitudine verso il sapere, ma anche la percezione della loro identità (aspetto 6).
Incontri sporadici, ma intensi
Il fatto che, comunque, frequentare un museo possa produrre una tale messe di effetti, rende questi luoghi preziose palestre del pensiero scientifico. Di cui però bisogna riconoscere la peculiarità. La scuola offre (o dovrebbe offrire) un percorso metodico di costruzione del sapere base del cittadino, che all’università diviene formazione professionale del ricercatore; nei luoghi dell’educazione informale, invece, non c’è un processo controllato e condiviso, ma esperienze sporadiche, brevi e intense, e soprattutto soggettive: e sono proprio la soggettività e l’emozionalità di queste esperienze a costituire la loro forza. Andare al museo sperando che i ragazzi “imparino” la sintesi clorofilliana piuttosto che le leggi del moto è un errore; significa perdere il meglio di quello che il museo può offrire, ottenendo un risultato inferiore a quello di una buona lezione scolastica. L’esperienza informale (pensiamo a noi stessi che passeggiamo nelle sale di un museo) è fortemente guidata dal nostro estro e capriccio, ma proprio per questo fortemente soddisfacente e motivante. Cogliere magari una sola cosa tra le tante, per portare a casa un concetto, un’idea, un’informazione, ma anche solo una sensazione di piacere, un prurito di curiosità, significa aver trovato proprio quello che fa per noi, quello spunto che domani ci motiverà a leggere un libro, o a scoprire una persona, o a intraprendere una carriera scientifica.
L’avventura del sapere
I musei, abbiamo detto, offrono una gamma molto varia di spazi e di attività. Alcune esperienze sono più lontane dalla scuola, come la visita libera alle collezioni o a un’esposizione interattiva; altre, come la partecipazione a un laboratorio didattico, sono invece più vicine. Nei musei una classe può prendere parte a una serie di esperimenti per esplorare un concetto fisico, o scoprire come si classificano le piante, o partecipare a uno scavo archeologico simulato, o osservare le costellazioni dall’interno di un planetario. Ma anche in questi casi, più vicini all’insegnamento, gli ingredienti che definiscono il valore e il successo dell’esperienza vissuta sono diversi da quelli che useremmo in un contesto scolastico: l’incontro diretto con qualcuno che non è – e non deve essere – un insegnante (un ricercatore, un curatore, un animatore scientifico), e che può diventare un modello da raggiungere; il fatto di non dover mettere in mostra le proprie prestazioni, e quindi di non essere giudicati (niente interrogazioni, niente voti), ma al contrario di vivere un’esperienza rilassante e piacevole, spesso divertente; la libertà di manifestare il proprio interesse, di essere sorpresi e curiosi, in un contesto in cui il “non so” non è fonte di paura e magari anche di umiliazione, ma punto di partenza di un’avventura.
Riappropriarsi della propria testa
«Nobody flunks a science museum» («nessuno fa fiasco in un museo della scienza»), ripeteva sempre Frank Oppenheimer, padre dell’Exploratorium di San Francisco e, quindi, di tutti i moderni musei interattivi. Il punto principale che informa la nuova pedagogia museale è che la cosa più importante non è imparare (un concetto, un principio, una formula), ma imparare a imparare o, meglio ancora, imparare che si può imparare, che imparare è una delle cose più divertenti e soddisfacenti che ci siano. «Molti adulti non riescono a rispondere alle più semplici domande scientifiche, per esempio su come funzionano le cose, mentre i bambini, giocando, compiono continuamente esperimenti», scrive il percettologo inglese Richard Gregory, un altro padre fondatore dei moderni musei della scienza. Questa capacità di giocare, sperimentare e apprendere, però, diminuisce e quasi si ferma durante l’adolescenza, «quando nella maggior parte delle persone la curiosità si spegne», forse anche grazie a una scuola frustrante, perché più pronta a giudicare che a motivare. Continua Gregory: «Quanti di noi sanno come funzionano gli oggetti più banali? Per esempio, come la chiave del portone apre la serratura, e solo quella chiave e non le migliaia di altre che sembrano uguali. Il sistema con cui la serratura riconosce una particolare chiave è una tecnologia nota fin dai romani [...].
Ma per vedere come le serrature funzionano davvero, è necessario aprirle e giocarci, e farle a pezzi». Questo, spiega Gregory, è il principio fondatore dell’esperienza interattiva, e in genere informale: non fornire un sapere già predigerito e strutturato (spiegando, magari con un’illustrazione, come sono fatte le chiavi), ma offrire occasioni perché le persone possano scoprirlo da sole, perché in questo modo scopriranno anche come si scopre, e potranno continuare l’esplorazione del mondo e di sé stessi come fanno i bambini più piccoli, «così che l’avventura della scoperta non cessi mai». La natura apparentemente casuale ed episodica della visita a un museo, e soprattutto il suo dipendere da un incontrollato estro individuale, diventano quindi, sotto questa luce, aspetti del tutto funzionali a un progetto educativo. Che non sostituisce affatto quello della scuola, ma lo complementa perfettamente. Ecco perché chiedere al museo di insegnare è fare una richiesta sbagliata. Come dice con un bell’aforisma Antonio Gomes da Costa, direttore del science centre Pavilhão do Conhecimento di Lisbona, «i musei della scienza sono posti per apprendere, non per insegnare».
Per approfondire
- M. Merzagora, P. Rodari, La scienza in mostra. Musei, science centres e comunicazione, Bruno Mondadori, Milano 2007.
Risorse
- P. Rodari, L’apprendimento della scienza nei contesti informali: individui, luoghi e ricerche. Un documento di sintesi del National Science Council statunitense, JCOM, 2009, n. 8, (scaricabile online all’indirizzo http://jcom.sissa.it/archive/08/03/Jcom0803%282009%29R02).
- R. Gregory, Why are hands-on science centres needed?, The Exploratory Interactive Science Centre, Plan for Action, 1983.
- A. Gomes da Costa, Should explainers explain? JCOM, 2005, n. 4, (scaricabile online all’indirizzo http://jcom.sissa.it/archive/04/04/C040401/C040403).
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L’autrice
Paola Rodari lavora per conto del Sissa Medialab di Trieste progettando nuovi science centre e mostre scientifiche. Insegna museologia scientifica al Master in comunicazione della scienza della Sissa. È nel comitato direttivo della rete europea degli animatori scientifici, e collabora a diversi progetti europei per la formazione degli animatori e per lo sviluppo del dialogo tra scienza e società (www.thepilots.eu).
