Sparlare di scienza
ANELLO MANCANTE O RAMO DI CESPUGLIO
Ritrovamenti eccezionali
Grotta di Malapa, a 40 km da Johannesburg, agosto 2008: il paleoantropologo Lee Berger, dell’Università sudafricana di Witwatersrand, porta alla luce due fossili di ominidi straordinariamente ben conservati, risalenti a circa 1,97 milioni di anni fa. Per Berger i due fossili, un maschio adolescente e una femmina adulta, appartengono a una nuova specie, che battezza Australopithecus sediba e che, insieme ai suoi collaboratori, descrive in dettaglio in una serie di cinque articoli pubblicati nel settembre 2011 sulla rivista Science.
Il nuovo ominide presenta caratteristiche sorprendenti, a metà strada tra quelle antiche, un po’ scimmiesche, degli australopiteci (cranio piccolo, bacino piccolo, braccia lunghe, piede tipicamente da australopiteco) e quelle più moderne del genere Homo (una particolare organizzazione dei lobi frontali e di una regione del cervello posta in corrispondenza della tempia sinistra, come dedotto dall’analisi dell’endocasto, il calco interno del cranio; ossa del bacino che per forma e angolatura ricordano quelle umane; dita corte ma con pollice lungo; una caviglia praticamente umana).
Per Berger non ci sono dubbi: Au. sediba è un antenato diretto del genere Homo.
Se fosse vero, significherebbe che l’antenato di Homo non mosse i primi passi in Africa orientale (per esempio in Etiopia), come si è sempre pensato, ma in Sudafrica.
Una metafora imprecisa
Non appena “Science” pubblica gli articoli dell’équipe di Berger, anche i mezzi di comunicazione di massa si scatenano: gli antenati umani fanno sempre notizia! Tra giornali e tv è tutto un annuncio sull’anello mancante tra l’australopiteco finora più famoso, l’etiope Lucy (Au. afarensis, risalente a 3,2 milioni di anni) e il genere Homo.
Per gli esperti, però, questa terminologia è scorretta. I biologi evoluzionisti non si stancano di ripeterlo: l’espressione “anello mancante” è fuorviante, perché fa pensare a una catena ordinata di eventi che, in successione, portano da un organismo A ad un organismo B.
Le cose, invece, sarebbero andate in maniera molto meno ordinata: oggi, per esempio, sappiamo che Homo sapiens non ha sempre vissuto da solo sulla Terra, ma che per lungo tempo ha condiviso il pianeta con altri rappresentanti del genere Homo: H.neanderthalensis, H. floresiensis e probabilmente una specie non ancora identificata vissuta in Siberia.
Allo stesso modo, prima di Homo possono esserci stati molti ominidi sul suolo africano e identificare quale di questi abbia dato vita al genere a cui apparteniamo non è impresa delle più semplici, nonostante la proposta di Berger.
Per questo, all’immagine della catena evolutiva gli scienziati preferiscono quella del cespuglio evolutivo, un fitto intrico di rami, molti dei quali secchi.
LA VERA NATURA DEL CODICE GENETICO
Un’espressione impropria
“Decifrare il codice genetico”. Oppure “decodificarlo”, “leggerlo”, addirittura “sequenziarlo”. Quante volte capita di leggere espressioni come queste sui giornali, ma anche in giro per la rete, in siti che trattano temi scientifici.
Fateci caso: nella maggior parte delle occasioni sono espressioni del tutto scorrette o utilizzate in modo improprio. In genere, nei mezzi di comunicazione di massa e nel linguaggio corrente l’espressione “codice genetico” diventa sinonimo di genoma, di insieme di geni presenti in un genoma o di sequenza genomica. Tutto sbagliato.
Regole di traduzione
Come dovrebbe suggerire la parola, il codice genetico non è altro che una chiave di lettura: un insieme di regole che permettono di tradurre l’informazione contenuta nell’RNA , espressa in nucleotidi, nell’informazione contenuta in una proteina, espressa con una sequenza di amminoacidi.
Lo hanno decifrato nei primi anni sessanta i biochimici Marshall Nirenberg, Har Gobind Khorana e Robert Holley, che per questo hanno ricevuto nel 1968 il premio Nobel per la medicina. Questa “chiave” si basa su una precisa corrispondenza tra codoni – le “parole” dell’RNA , fatta ciascuna da tre “lettere” (nucleotidi) – e amminoacidi, i mattoncini di base che costituiscono le proteine.
Il codice genetico è universale: significa che praticamente tutti gli organismi (dai batteri alle fragole, dagli elefanti ai colibrì, dai funghi agli esseri umani) utilizzano le stesse regole per tradurre l’RNA in proteine.
Trova l’errore!
Chiaro allora perché i titoli e i brani di articoli riportati in apertura non sono corretti? Provate a ragionare insieme, in classe, su che cosa non torna nelle espressioni riportate: un profilo di DNA che viene incrociato con un codice genetico, piccoli di serpente il cui codice non contiene tracce paterne o la mappatura del codice di due tipi di cancro.
E tenete d’occhio i giornali: probabilmente troverete molti altri esempi di questo tipo.
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