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Biodiversità nel Lazio. Diamo i numeri!

26 Apr. 2011 | categoria N.09 - Aprile 2011, biologia | Leggi tutto | Nessun commento

Quello della conservazione è un imperativo ambientale fondamentale dei nostri tempi. Ma non c’è conservazione senza conoscenza. In questo articolo, un quadro dettagliato di una regione che è un grande serbatoio di biodiversità del nostro paese.

di Pierangelo Crucitti

Roma. La parola evoca subito l’immagine di monumenti, dai resti imperiali alle chiese barocche alle opere dell’architettura razionalista, non certo immagini di fauna e flora. Al più si pensa a qualche uccello (storni dai voli quasi ipnotici o gabbiani, ormai quasi infestanti) e al solito mammifero preso come esempio di fauna urbana, il surmolotto o ratto delle chiaviche, o agli ospiti di bioparchi e orti botanici. E invece sarebbe proprio il caso di osservare la situazione più da vicino, per rendersi conto che, come dice chi si occupa di biodiversità urbana, «a Roma c’è di tutto». Prendiamo gli insetti. Dal 1850 al 2000 è stata rilevata nell’area urbana delimitata dal grande raccordo anulare, estesa per 360 km2, la presenza di ben 5151 specie di insetti appartenenti a 358 famiglie di 26 ordini: valori impressionanti, se consideriamo che attualmente sono classificati, in tutto il mondo, “solo” 31 ordini. A Roma troviamo il 74% delle specie di odonati (libellule) presenti nel Lazio, il 16,3% delle specie italiane di ortotteroidi (blatte, mantidi, termiti, cavallette, grilli, insetti stecco e forbicine), il 29% di eterotteri (cimici e affini), il 24,5% di omotteri auchenorrinchi (cicale e cocciniglie), il 24% di coleotteri carabidi (cicindele e carabi). Per non parlare delle 130 specie di scarabei e affini o delle oltre 500 specie di farfalle e falene. Niente di più infondato, dunque, che pensare alla capitale come a un deserto con bassissima “ricchezza di specie”. E quello che vale per Roma vale ancora di più per la regione a cui appartiene, il Lazio. Viaggiare nel Lazio offre al visitatore svariate occasioni per riflettere sulla storia naturale della regione e d’altronde molte guide comunali hanno da tempo inserito, tra le valenze dei loro territori, anche aspetti rilevanti del paesaggio geologico e vegetale, della flora e della fauna. Vediamone insieme alcuni.

Un contesto geologicamente complesso

L’elevata complessità ambientale del Lazio emerge dall’esame del clima, della litologia e della morfologia (orografia e idrografia) della regione. La porzione nord-occidentale è movimentata dall’alternarsi di calcari e calanchi argillosi, con suoli fertili ricoperti dai prodotti di eruzioni vulcaniche più o meno antiche. Gran parte del Lazio meridionale e del Lazio appenninico centrale e sudorientale, invece, è coperta da sedimenti carbonatici di origine marina. Tra i fenomeni correlati è sufficiente ricordare l’estensione del carsismo superficiale e profondo: sono state censite circa 1450 grotte, per un totale complessivo di 100 km di condotte, gallerie, meandri, pozzi e sifoni sotterranei. Tra questi c’è il sinkhole più profondo del mondo, il Pozzo del Merro nel territorio del Comune di Sant’Angelo Romano: a livello locale è quasi sconosciuto, mentre è famoso in Messico, dove è citato a confronto con la seconda cavità di sprofondamento del mondo, El Zacaton.

Varietà di climi e di vegetazione

L’articolata morfologia della regione e la presenza di montagne prossime al mare generano una notevole varietà di tipi climatici, di cui la vegetazione è un “riflesso” evidente. Le piante sono infatti in larga misura immobili e quindi legate, per gran parte del loro ciclo biologico, a un determinato tipo di suolo; quest’ultimo è pure condizionato dal clima locale, dal substrato litologico (tipo di roccia) e dalla fauna, in particolare di piccole e medie dimensioni.

Condizioni bioclimatiche e struttura della vegetazione consentono di suddividere il Lazio in quattro grandi paesaggi fondamentali. La regione mediterranea, tipica dell’Agro Pontino, è caratterizzata da morfologia pianeggiante e dalla presenza di laghi costieri, dune pleistoceniche e aree di bonifica con depositi fluvio-lacustri e sabbie marine; la vegetazione forestale prevalente è costituita da boschi di querce (cerrete, boschi di sughera, querceti misti, leccete) e macchia mediterranea. La regione mediterranea di transizione, tipica della Maremma laziale interna e della Campagna romana, presenta soprattutto rilievi collinari e forre; la vegetazione forestale prevalente include cerrete e querceti misti di roverella e cerro con elementi del bosco di leccio e di sughera. La regione temperata di transizione, tipica della valle del Tevere tra Orte e Monterotondo, è caratterizzata da pianure e deboli rilievi collinari, dai depositi alluvionali del fiume ai terreni vulcanici a piroclastiti; la vegetazione forestale include querceti a roverella e cerro con elementi della flora mediterranea e una vegetazione igrofila con salici, pioppi e ontani. Infine, la regione temperata, tipica delle alte vette dei rilievi appenninici, come il monte Terminillo e il monte Meta, è caratterizzata da fondivalle dolci su calcari, displuvi arrotondati e valli incise su arenarie con substrati a calcari dolomitici, calcareniti e arenarie torbiditiche; la vegetazione forestale include faggeti e arbusteti dell’orizzonte alto-montano e subalpino (agrifoglio e ginepro nano).

La ricchezza della flora…

Tra gli elementi più caratteristici del paesaggio naturale figurano le piante vascolari (pteridofite, angiosperme e gimnosperme). Nel solo Lazio è stato censito un numero di piante vascolari superiore a quello dell’intera Gran Bretagna: ben 3041 specie di 926 generi e 174 famiglie. Le entità endemiche sono 164 (per esempio Santolina etrusca e Orchis aurunca), mentre un dato preoccupante è costituito dalla presenza di 317 entità aliene (come Ailanthus altissima, Agave americana, Robinia pseudacacia, vari Eucalyptus).

È difficile pensare che manchino all’appello molte specie. Abbiamo già osservato che le piante sono sessili, pertanto relativamente facili da censire: è improbabile che specie nuove per la scienza siano sfuggite a oltre due secoli di intense raccolte sul campo. Quella che è ancora lacunosa, però, è la precisa distribuzione di molte specie, poiché esistono aree poco o punto esplorate. La superficie occupata dalle “aree con conoscenza generica appena informativa” e dalle “aree pressoché sconosciute” rappresenta infatti circa 1/6 del territorio della regione. In modo abbastanza sorprendente, troviamo tra le aree poco conosciute la valle del Tevere a Nord di Roma e la valle del Sacco, mentre molti settori montuosi sono piuttosto ben conosciuti. E a Roma? In città, la flora comprende ben 591 generi di 131 famiglie. Circa 1/5 della flora italiana è rappresentato da specie presenti anche nella capitale.

… e quella della fauna

Le dimensioni del popolamento faunistico del Lazio sono impressionanti: ben il 40-50% delle specie della fauna italiana si trovano in questa regione. Per esempio si contano 455 specie di imenotteri apoidei (il 48,2% di quelle italiane), 89 specie di imenotteri formicidi (38,9%), 524 specie di coleotteri carabidi (41,9%), 89 specie di lepidotteri diurni (58,7%). E ancora: su 726 specie di molluschi terrestri e d’acqua dolce italiani, risultano sinora campionate nel Lazio 247 specie. Passando ai pesci, un elenco tassonomico delle acque interne enumera 61 specie, di cui 31 nostrane. Il dato drammatico è quindi costituito dalla presenza di 30 specie introdotte, di cui otto provenienti da varie regioni italiane e 22 esotiche. Due di esse, la pseudorasbora e il siluro, costituiscono un pericolo per la fauna ittica nostrana, considerato che la prima si nutre di uova e larve di pesci mentre il secondo è un divoratore instancabile di grandi pesci.

Si contano meno “intrusi” tra anfibi e rettili, con 35 specie autoctone “contro” 5 alloctone; la rana toro (Lithobates catesbeianus) e quattro testuggini (le specie mediterranee Testudo graeca e T. marginata, una specie d’acqua dolce del genere Mauremys e la specie americana Trachemys scripta). Dieci sono le specie di serpenti del Lazio: una per ciascuno dei generi Hierophis ed Elaphe; due per ciascuno dei generi Coronella, Natrix e Vipera; infine due specie di Zamenis di cui una osservata solo recentemente nel territorio della regione. Il territorio provinciale di Roma è particolarmente ricco di rettili e anfibi; del resto, laghetti e fontanili delle ville patrizie oltre agli affluenti e subaffluenti di Tevere e Aniene entro la città costituiscono ambienti ottimali per la loro riproduzione. Non tutti però se la passano bene: tra gli anfibi una specie particolarmente minacciata è l’ululone appenninico Bombina pachypus, mentre tra i rettili possiamo citare i serpenti Coronella girondica e Vipera ursinii. Una valutazione accurata dello status dell’avifauna viene da una checklist sugli uccelli del Lazio pubblicata nel 2010, in base alla quale risultano 397 specie, inquadrate in 20 ordini e 67 famiglie. Tra i generi più rappresentati ricordiamo Sylvia (occhiocotto, sterpazzolina), Emberiza (varie specie di zigoli), Falco (pellegrino, lanario, lodolaio), Calidris (piovanello comune), Larus (gabbiano comune), Acrocephalus (cannaiola, forapaglie) e Turdus (merli).

Nell’area del Comune di Roma compresa entro il grande raccordo anulare è stata censita la presenza, tra il 1989 e il 1993, di 75 specie di uccelli nidificanti. Infine i mammiferi. Le indagini del progetto Atlante dei mammiferi della Provincia di Roma hanno accertato la presenza di 65 specie (cetacei esclusi), segnalate con regolarità nel periodo 1991-2010, di cui: 56 autoctone, una reintrodotta (cervo), sette di origine alloctona (come il ratto nero e il topo domestico) e una alloctona dubbia (coniglio selvatico); a queste potrebbe essere aggiunto il tursiope (Tursiops truncatus), il cetaceo più significativo del litorale romano. Tra i mammiferi del Lazio ricordiamo ricci, talpe, toporagni, pipistrelli, lepri, ratti, arvicole, orsi, lupi, volpi, tassi, cinghiali, cervi. L’ordine dei chirotteri mostra un rilevante interesse conservazionistico, con il maggior numero di specie minacciate.

Un patrimonio da proteggere

Il Lazio, dunque, si presenta come un territorio straordinariamente ricco non solo di monumenti e tradizioni, ma anche di flora e fauna. Tanta ricchezza, però, va protetta se vogliamo che continui a essere tale anche per le generazioni future. Apparentemente, la situazione sembra buona: la Carta delle aree protette e della Rete Natura 2000 (SIC – ZPS) del Lazio, pubblicata dalla Regione nel 2007 enumera sul territorio tre parchi nazionali (di cui due trans regionali), tre riserve naturali statali, due aree naturali marine, 15 parchi naturali regionali, due parchi regionali urbani, 29 riserve naturali regionali, 16 monumenti naturali, oltre a 42 ZPS (zone di protezione speciale) e 183 SIC (siti di interesse comunitario). In tutto, la superficie protetta è oggi pari al 30% circa, ma questo non giustifica troppi ottimismi. Tanto per cominciare, non è affatto scontata una gestione rigorosa – e dunque una conservazione rigorosa – delle aree protette, persino quelle di “rango” elevato come i parchi nazionali e regionali. Il bracconaggio, per esempio, resta una piaga difficile da debellare. Inoltre, il restante 70% del territorio non può essere trascurato o abbandonato all’agricoltura intensiva o alla speculazione edilizia. È dunque necessario, per il futuro, puntare a incrementare l’estensione dell’area protetta e a conservare e valorizzare l’esistente. Per conservare adeguatamente, però, è necessario conoscere, il che richiede investimenti adeguati (non di mera sopravvivenza) e una partecipazione consapevole di tutte le forze in campo: cittadini, referenti politici, enti pubblici o privati preposti al controllo e alla ricerca.

Al lavoro per la biodiversità

Nel Lazio si concentrano numerose strutture che operano in diversi contesti della biodiversità regionale. Oltre all’attività di ricerca, per esempio, Sapienza Università di Roma pubblica le riviste Annali di Botanica e Fragmenta entomologica, mentre Roma Tor Vergata coordina il progetto Osservatorio sulla biodiversità del Lazio e Roma Tre ha promosso la realizzazione di vari atlanti sull’erpetofauna. L’Università della Tuscia a Viterbo, invece, collabora con la Società botanica italiana ai fini della stesura della Flora tassonomica critica d’Italia. RomaNatura è l’ente regionale che gestisce i vincoli di legge sul sistema delle aree naturali protette nel Comune di Roma. Il Wwf Italia è presente sul territorio regionale con gruppi di lavoro su progetti specifici, oasi e centinaia di volontari. Il Servizio Ambiente della Provincia di Roma ha pubblicato monografie sul sistema delle aree protette della provincia. Il Museo civico di zoologia di Roma possiede collezioni che ammontano a vari milioni di esemplari incluse quelle, ricchissime e storiche, della fauna della campagna romana. Infine, la Società romana di scienze naturali (Srsn), che gestisce il Fondo bibliografico naturalistico del Lazio, costituisce un polo di eccellenza per l’attenzione ai problemi della biodiversità animale del Lazio e dell’Appennino Centrale.

Aree importanti per le piante

La flora del Lazio è minacciata prevalentemente dalla alterazione e dalla distruzione degli habitat naturali, di norma sostituiti da agroecosistemi o dalla diversa destinazione dell’uso del suolo (edilizia urbana, impianti industriali). Definire strategie di protezione delle aree più importanti per la diversità vegetale è obiettivo del programma Important Plant Areas (Ipa), promosso da PlantLife Internazional in collaborazione con Planta Europa. Un’area importante per le piante è tecnicamente definita come un’area naturale o seminaturale che dimostri di possedere un’eccezionale diversità botanica e/o ospiti popolazioni di specie rare, minacciate e/o endemiche e/o tipi di vegetazione di alto valore botanico. Nel Lazio sono state finora individuate 26 Ipa, che coprono il 13% del territorio regionale. Tra le flore “minori” incluse in alcune Ipa, ricordiamo i licheni della Tenuta di Castel Porziano, le rare specie fungine dei boschi misti del Monte Rufeno, le associazioni di briofite delle faggete del Monte Terminillo, le microalghe rosse della Caldera di Manziana (Monti della Tolfa) nonché le cianoficee della Grotta dell’Inferniglio (Monti Simbruini – Ernici).

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L’autore

Pierangelo Crucitti è presidente della Società romana di scienze naturali – ente di ricerca pura – ed è autore o co-autore di 145 pubblicazioni a stampa di cui oltre 20 su riviste internazionali.

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N.09 - Aprile 2011