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Da Dante a Leopardi i numeri che non ti aspetti

7 Mag. 2013 | categoria N.15 - Aprile 2013, matematica, riflessioni | Leggi tutto | Nessun commento

Per alcuni la matematica è arida e morta. Per altri è parente stretta  della poesia. Ecco allora un percorso in due puntate per scoprire dove e quando,  nella storia della letteratura italiana, matematica e poesia  si sono incontrate. Spesso con grande fortuna.

Francesca E. Magni

In matematica basta un solo contro esempio per negare la tesi di un teorema. Con questo articolo mostrerò alcuni esempi contro la convinzione comune assunta a teorema che “matematica e poesia non hanno nulla in comune” e che, come sostenne Giovanni Gentile «la matematica è morta, infeconda, arida come un sasso». Della stessa opinione era addirittura Giacomo  Leopardi che, nonostante amasse l’astronomia e conoscesse a fondo la natura della poesia, scrisse nello Zibaldone: «La matematica, la quale misura quando il piacer nostro non vuol misura, definisce e circoscrive quando il piacer nostro non vuol confini […], analizza quando il piacer nostro non vuole analisi né cognizione esatta della cosa piacevole […], la matematica, dico, dev’essere necessariamente l’opposto del piacere». Anche lo scrittore e poeta portoghese Fernando Pessoa ne Il libro dell’inquietudine sostiene che «la matematica si occupa solo di numeri morti e formule vuote». Insomma, la storia della letteratura è piena di esempi di grandi poeti e scrittori che dichiarano la propria estraneità (per non dire ostilità) alla matematica.

«Portavo i capelli troppo lunghi»

Altri, però, la pensano in maniera diametralmente opposta e vale la pena elencarne alcuni. Victor Hugo: «Non vi è alcuna incompatibilità tra l’esatto e il poetico. Il numero è nell’arte come nella scienza. L’algebra è nell’astronomia e l’astronomia confina con la poesia. L’anima dell’uomo ha tre chiavi che aprono tutto: la cifra, la lettera, la nota. Sapere, pensare, sognare». Novalis: «Per il linguaggio accade come per le formule matematiche: […] costituiscono un mondo a sé, giocano solo con sé stesse, non esprimono altro che la loro meravigliosa natura». Stendhal: «La passione per la matematica assorbiva a tal punto il mio tempo che… portavo i capelli troppo lunghi, tanto rimpiangevo la mezz’ora che bisognava perdere per farli tagliare». Robert Musil: «La matematica si può definire una meravigliosa apparecchiatura spirituale fatta per pensare in anticipo tutti i casi possibili».

A sostenere la tesi della natura estetica della matematica è anche la poetessa e premio Nobel per la letteratura Wislawa Szymborska, che in Letture facoltative si è espressa come segue: «La scienza […] non sarebbe progredita di un passo senza l’immaginazione, senza l’intuizione, senza una disposizione intellettuale a penetrare nella sfera del mistero. […] Nemmeno la poesia può essere ascritta esclusivamente a una delle due sfere. Non ho difficoltà a immaginare un’antologia dei più bei frammenti della poesia mondiale in cui trovasse posto anche il teorema di Pitagora. Perché no? Lì c’è quella folgorazione che è connaturata alla grande poesia, e una forma sapientemente ridotta ai termini più indispensabili, e una grazia che non a tutti i poeti è stata concessa».

Tema da esame

Anche il mondo della scuola si è occupato ufficialmente di questa “disputa”, come testimonia la quarta traccia del tema scientifico/tecnico proposto all’Esame di Stato del 1996:

Matematici e poeti. In un saggio pubblicato a New York nel 1947 si legge: «La matematica è generalmente considerata proprio agli antipodi della poesia. Eppure la matematica e la poesia sono nella più stretta parentela, perché entrambe sono il frutto dell’immaginazione. La poesia è creazione, finzione: e la matematica è stata detta da un suo ammiratore la più sublime e la più meravigliosa delle finzioni» (D. E. Smith, La poesia della matematica e altri saggi). Quale senso ha  per voi questa idea della matematica come finzione meravigliosa e sublime?

A proposito, potrebbe valere la pena mettersi alla prova con questa vecchia traccia!

Nascita del sonetto

Illustri opinioni a parte, può essere interessante ripercorrere la storia della letteratura italiana alla ricerca di alcuni esempi nei quali poesia e matematica si sono incontrate per generare fortunate “fusioni”. Iniziamo con la forma poetica del sonetto, che si fa risalire a Jacopo da Lentini, vissuto alla corte di Federico II: nel saggio Nascita del sonetto. Metrica e matematica al tempo di Federico II (1998), il filologo tedesco Wilhelm Pötters ipotizza un legame tra l’invenzione poetica di Jacopo da Lentini e le teorie geometriche esposte nel libro Pratica geometrica del suo contemporaneo Leonardo Fibonacci. Nel 1220 Fibonacci «utilizza i numeri 11 e 14 quali strumento di calcolo nella misurazione del cerchio: […] essi esprimono il rapporto tra le aree del cerchio e del quadrato circoscritto […] parimenti nel sonetto, forma poetica inventata, per quel che ne sappiamo, fra il 1230 e il 1240 nel circolo dei dotti riuniti alla corte di Palermo, i valori adottati quali misure basilari sono l’11 e il 14» e – conclude Potters – «riteniamo dunque attendibile l’ipotesi che la misurazione del cerchio nella matematica di Fibonacci […] sia servita da modello nell’invenzione del sonetto».

Una passione dantesca

Dal sonetto all’opera di Dante, il passo è di meno di un secolo e, come sostiene Umberto Bottazzini «la Commedia di Dante è intessuta di conoscenze scientifiche, di aritmetica e geometria» [2]. In particolare, per quanto riguarda la geometria, Piergiorgio Odifreddi [3] sottolinea che «Dante […] nel Paradiso mette in versi addirittura due teoremi degli Elementi di Euclide. Il primo è la proposizione I.32, ossia il fatto che la somma degli angoli interni di un triangolo è uguale a due angoli retti:

come veggion le terrene menti
non capere in triangol due ottusi

(Par. XVII, 14-15)

Il secondo è invece la proposizione III.31, ossia il fatto che l’angolo alla circonferenza inscritto nel semicerchio è retto:

o se del mezzo cerchio far si puote
triangol sì ch’un retto non avesse.

(Par. XIII, 101,102)».

In un altro famosissimo passo, Dante cita la famosa quadratura del cerchio tramite riga e compasso:

Qual è il geometra che tutto s’affige
Per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel primcipio ond’elli indige,
tal era io a quella vista nova;
veder volea come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

(Par. XXXIII, 133-138)

Per queste metafore Dante «sceglie la geometria perché gli è facile, cònsono, immediato… E forse perché quel tipo di competenze era diffuso ed ovvio tra i letterati dell’epoca e tra le persone colte» come sostiene Bruno D’Amore [4]. Inoltre, ricorda Carlo Toffalori «già nel Convivio, al capitolo tredicesimo del secondo trattato, Dante elogia senza riserve la geometria […] come “bianchissima, … senza macula d’errore e certissima […]”» [5].

Nel Convivio (II, XIII) anche l’aritmetica è celebrata quasi con «venerazione» [5] ed è paragonata a un sole sfolgorante: «così come il sole illumina gli altri corpi celesti e di esso non è possibile sostenere la vista, così l’aritmetica illumina e permea tutte le altre discipline scientifiche» [4]. A proposito di aritmetica, non possiamo non citare il famosissimo passo del Paradiso (XXVIII, 91-93) che si riferisce al numero degli angeli che nascono “a mille a mille” in maniera così enorme come racconta la leggenda sull’inventore degli scacchi, Sissa Nassir, che come ricompensa per la sua invenzione chiese al proprio sovrano un numero di chicchi di riso (o grano) in modo tale che sulla prima casella della scacchiera ce ne fosse uno, sulla seconda il doppio, sulla terza il doppio della seconda e così via…

L’incendio suo seguiva ogni scintilla;
ed eran tante, che ‘l numero loro
più che ‘l doppiar delli scacchi s’inmilla.

Dante ricorre anche alla probabilità (nel famoso passo dei dadi, il gioco della zara, Purgatorio VI, 1-3) e alla logica, citando direttamente Pietro Ispano, uno dei massimi logici dell’epoca (Par. XII, 134-135) e in altri due passi che conviene ricordare. Il primo è un riferimento al principio del terzo escluso nell’ambito della conversione di Giustiniano:

Io li credetti; e ciò che ‘n sua fede era,
vegg’io or chiaro sì, come tu vedi
ogni contraddizion e falsa e vera.

(Par. VI, 19-21)

Il secondo esempio si ritrova durante l’incontro del poeta con Guido Da Montefeltro:

ch’assoler non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi §
per la contraddizion che nol consente”.
Oh me dolente! Come mi riscossi
Quando mi prese dicendomi: “Forse
Tu non pensavi ch’io loico fossi”!

La funzione di Laura

Logica impone che il poeta successivo a Dante da considerare sia Petrarca. Nel saggio del 1987 Chi era Laura? Strutture linguistiche e matematiche nel Canzoniere di Francesco Petrarca, Pötters ipotizza una competenza di tipo matematico da parte del poeta e individua una struttura geometrica nello stesso Canzoniere: opera di «un poeta-architetto, rivelando una concezione artistica che ben si inquadra nella tradizione antico-medievale dell’estetica numerica, di quella teoria della numeritas, principio matematico dell’armonia, la cui prima definizione risale ai pitagorici […]» [1].

Interessante e sicuramente originale è la lettura di Petrarca da parte di Sergio Rinaldi, docente del Politecnico di Milano, che ha elaborato un modello matematico per descrivere graficamente l’andamento sentimentale e poetico del Canzoniere [6]. Come racconta Federico Peiretti in un articolo divulgativo, tre equazioni differenziali descrivono i sentimenti di Laura e Petrarca e «in particolare, Laura è descritta da un’unica variabile L(t), che esprime il suo rapporto con il poeta. I valori positivi di L esprimono simpatia, incoraggiamento e calda amicizia, mentre i valori negativi esprimono freddezza e avversione. La personalità del poeta è più complicata e necessita, secondo Rinaldi di due variabili: P(t) che esprime l’amore per Laura e Z(t), che esprime l’ispirazione poetica del Petrarca e che condiziona i suoi sentimenti amorosi. Laura, ben disposta a piccole schermaglie amorose, risponde positivamente alle sollecitazioni del Petrarca soltanto entro ben precisi limiti convenzionali, superati i quali la sua reazione è di immediata chiusura» [7]. Nel grafico si osserva l’andamento della variabile P(t) e cioè dell’amore di Laura per Petrarca in funzione del tempo.

L’andamento dell’amore di Laura per Petrarca in funzione del tempo, secondo il modello proposto da Sergio Rinaldi.

L’infinito di Giordano Bruno…

In poesia compose anche Giordano Bruno, che a proposito dell’infinito, in uno dei tre sonetti premessi al dialogo italiano De infinito, universo e mondi del 1584, così si esprime:

Quindi l’ali sicure all’aria porgo
né temo intoppo di cristallo o vetro:
ma fendo i cieli, e a l’infinito m’ergo.
E mentre dal mio globo a l’altri sorgo,
e per l’etereo campo oltre penétro
quel ch’altri lungi vede, lascio a tergo.

Gianni Zanarini nell’articolo La poesia della conoscenza in Giordano Bruno trova «uno stretto collegamento tra l’impresa conoscitiva di Giordano Bruno e l’uso da parte sua del linguaggio poetico, e l’adozione di tale modalità espressiva ha un significato profondo» [8]. In Bruno la poesia non è solo «una modalità retorica per alleggerire la proposta di argomenti filosofici e scientifici», ma è anche il modo per esprimere «la bellezza e l’ambiguità dell’esperienza conoscitiva», dove la conoscenza scientifica è rappresentata dalla matematica. Sono i poeti che colgono il senso delle formule create dai matematici e sono sempre loro che «si avvicinano alla verità più intima della natura», come afferma un personaggio dell’opera La cena de le ceneri «[i matematici] son come quelli interpreti che traducono da un idioma a l’altro le paroli; ma son gli altri poi che profondono ne’ sentimenti, e non essi medesimi».

… e quello di Leopardi

L’infinito è il tema che conduce per analogia – come passo finale di questa prima passeggiata poetico/matematica – di nuovo a Giacomo Leopardi, «che appartiene a quella specie di uomini che hanno un abito mentale veramente scientifico» [9] e che apprezza la matematica per l’apporto alla scienza, ma nega la sua azione in campo poetico. A proposito della matematizzazione dell’astronomia, infatti, ne Lo Zibadone (2335, 6/1/1822) scrive «prima che fosse applicata alla matematica [era] scienza incertissima, frivola, inesatta, volgarissima, o piena di sogni e di congetture senz’appoggio». La scienza permette di «sconfiggere le tenebre» perché «smaschera le illusioni rendendole vane: ma, nello stesso tempo, mette in luce la mancanza di senso del mondo» [10]. Inoltre è troppo arida ed esatta per poter aspirare alla «bella lingua» e al «buono stile».

«Contro i mali d’infinito gli antichi avevano trovato una soluzione, la misura, il logos appunto grazie a cui l’uomo riusciva a sollevarsi sopra i mali dell’infinito stesso. Per Leopardi questa strada non è percorribile perché toglie all’anima immaginazione, vaghezza e illusione indispensabili nell’esperienza dell’infinito. Così al logos, alla misura, egli contrappone l’a-logon, il canto, la poesia» [11]. Non si può che concludere con: «Ai posteri l’ardua sentenza». Nel prossimo numero di “Linx Magazine”, infatti, vedremo come hanno interpretato questo “conflitto” i poeti della nostra letteratura moderna e contemporanea.

RIFERIMENTI

1. S. Beccastrini e M. P. Nannicini, Matematica e letteratura, Edizioni Erickson, Trento 2012.

2. U. Bottazzini, prefazione a Più che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla di Bruno D’Amore, Pitagora editrice, Bologna 2001.
3. P. Odifreddi in Matematica stupore e poesia di Bruno D’Amore, Giunti ed., Milano 2009.

4. B. D’Amore, Più che ‘l doppiar de li scacchi s’inmilla, Pitagora editrice, Bologna 2001.

5. C. Toffalori, L’aritmetica di Cupido. Matematica e letteratura, Guanda, Milano 2011.

6. S. Rinaldi, Laura and Petrarch: An Intriguing Case of Cyclical Love Dynamics, in “SIAM J. Appl. Math.”, 1998, vol. 58, pp. 1205-1221

7. La dinamica dell’amore, da Laura e Petrarca a Jules e Jim

8. G. Zanarini, La poesia della conoscenza in Giordano Bruno

9. M. T. Borgato e L. Pepe, Leopardi e le scienze matematiche

10. G. Zanarini, Giacomo Leopardi: L’illusione necessaria in Appassionato rigore

11. A. Reggi, Leopardi e la matematica dei greci

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L’autrice

Francesca E. Magni laureata in fisica, insegnante e pubblicista. Ha collaborato e collabora con riviste di comunicazione della scienza sia cartacee sia online. Cura il blog lineediscienza

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N.18 - Aprile 2014