Per superare il gap
Come si possono incentivare ragazzi e ragazze a intraprendere carriere scientifiche? Ecco le riflessioni e le proposte elaborate nel corso del progetto europeo Gapp, nel racconto di due tra gli esperti che vi hanno preso parte.
di Federica Manzoli e Daniele Gouthier
«Pronto? Sono una studentessa di terza superiore. Vorrei chiederle se ci possiamo incontrare per un’intervista. Con le mie compagne sto partecipando a un progetto per conoscere le carriere scientifiche». Così si è presentata Hasti, studentessa olandese, a uno dei Cinquanta scienziati e professionisti della scienza e della tecnologia dei Paesi Bassi selezionati dal Nemo Science Centre di Amsterdam. Prima di quella telefonata, Hasti aveva partecipato a un breve corso di formazione in classe su come svolgere e montare un’intervista filmata. Il nome che gli ideatori del progetto hanno dato all’iniziativa è Tube Your Future ed è facilmente rintracciabile in rete, per ora solo in olandese. Dopo avere filmato l’intervista, i ragazzi e le ragazze hanno montato un corto di quattro minuti da pubblicare su un canale YouTube di Nemo. Alla fine dell’attività, tutte le classi hanno partecipato a un evento pubblico, un vero e proprio award gala dove le famiglie degli studenti, insieme ai ricercatori intervistati, hanno assistito all’assegnazione dei premi per i filmati migliori: il Criceto d’oro per la tecnica, il Lama d’oro per l’originalità e la Giraffa d’oro per il miglior film.
Prima di tutto la ricerca
L’iniziativa cui ha partecipato Hasti fa parte di un progetto europeo chiamato Gapp. L’acronimo sta per Gender Awareness Participation Project e gli obiettivi che hanno guidato i partner partecipanti per i due anni della sua durata sono stati principalmente due: comprendere la percezione delle ragazze e dei ragazzi rispetto alle carriere scientifiche (con un’attenzione particolare alle prospettive delle ragazze), da una parte, e sviluppare nuove pratiche partecipative per incentivare i giovani a intraprenderle, dall’altra.
Il progetto è partito da una ricerca sociale di tipo qualitativo; in questa fase, nei sei Paesi coinvolti (Belgio, Danimarca, Italia, Olanda, Polonia, Portogallo) sono stati organizzati quarantotto focus group con tre diversi target (studenti delle scuole superiori, insegnanti e genitori), con l’obiettivo di mettere a fuoco i fattori che influenzano gli interessi di ragazzi e ragazze e le loro scelte di studio e carriera.
Inoltre, sono stati intervistati Sessanta opinion leader nel campo della scienza e della tecnologia (scienziate e scienziati di carriera, amministratori di aziende ad alto contributo tecnologico, esperte di genere), per capire il punto di vista di chi ha fatto carriera nella scienza, la sua storia e le sue prospettive. Sulla base dei risultati, i partner di Gapp hanno organizzato in ciascun Paese un evento chiamato Open Space Technology, dove tra le 50 e le 80 persone provenienti dalla comunità scientifica e dalla scuola hanno lavorato per un’intera giornata sulle aspettative dei giovani, in particolare delle ragazze, verso le carriere scientifiche. Obiettivo: individuare attività da sperimentare nelle scuole, coinvolgendo ragazzi e insegnanti.
Scienza = fatica?
Un dato è emerso con forza dai focus group: a eccezione di mestieri con i quali sono a contatto per necessità, come il medico, i ragazzi non hanno chiaro in mente che cosa faccia una/o scienziata/o. Ancor più della differenza di genere, colta del resto più da genitori e insegnanti che dai ragazzi, è la scarsa conoscenza della varietà di mestieri che si possono intraprendere con una laurea in matematica o in fisica a prevalere. In generale, nell’opinione degli studenti, la scienza è un’attività molto faticosa; viene associata alle idee di complessità, creatività, innovazione, sfida, cambiamento, obiettività e rigore. Le persone che lavorano nella scienza devono essere intelligenti, curiose, capaci di trovare soluzioni a problemi nuovi, con “rigorosa creatività”. Chi fa scienza e tecnologia deve essere innanzitutto paziente: i suoi risultati si possono ottenere solo nel lungo periodo e il riconoscimento sia economico sia sociale è molto distante dall’inizio della carriera. Tutte verità, che sono però da contestualizzare, per non limitarle a una visione prevalentemente negativa. E le attività che stiamo per raccontarvi hanno fatto proprio questo: contestualizzato, dato corpo e volto a chi lavora in questi ambiti.
Dal Web agli incontri: tutte le attività
L’iniziativa Tube Your Future, organizzata dal Nemo di Amsterdam, ha coinvolto i ragazzi e le ragazze olandesi; in Italia il science center Città della Scienza di Napoli si è prefisso l’obiettivo di mettere in contatto diretto studenti (340 ragazzi tra i 14 e i 18 anni) e ricercatori. Le classi hanno visitato i laboratori di 14 ricercatori napoletani, lasciandosi coinvolgere in un proficuo dialogo su come si svolge il loro lavoro, quali i dubbi, le certezze, le fatiche di fare scienza, quali le prospettive per il futuro. Hanno potuto approfondire che cosa significhi in termini sia di contenuto sia di pratica quotidiana, occuparsi di fisica di base, nanotecnologie, rischio sismico, nanoelettronica, ambiente. È interessante il fatto che le attività messe in campo (e che hanno avuto un loro successo) siano state rivolte tanto alle femmine quanto ai maschi. Il cuore della questione, infatti, è mostrare carriere scientifiche compatibili con la vita privata e comunque di successo. Questo è quanto interessa e preoccupa le ragazze, e naturalmente può interessare anche i ragazzi.
Solo il Royal Belgian Institute of Natural Sciences di Bruxelles ha lavorato esplicitamente con donne ricercatrici presentando ai giovani modelli positivi, tanto di successo scientifico quanto di equilibrio tra sfera lavorativa e sfera privata. E così ha organizzato una serie di incontri – in classe, ma anche presso il museo – fra scienziate donne e studenti, offrendo l’occasione di capire che cosa fa uno scienziato, donna o uomo che sia, ma anche quella di vedere che le scienziate in particolare non devono rinunciare necessariamente alla propria vita famigliare: si tratta solo di organizzarsi bene. Sempre sulla strada di far incontrare studenti delle superiori con professionisti della scienza e della tecnologia ha lavorato Ciencia Viva, il maggiore science center del Portogallo. Cominciando però dal Web: studenti e scienziati hanno partecipato a un blog per facilitare la comunicazione reciproca grazie allo scambio informale e multimediale. L’Experimentarium di Copenhagen ha spostato l’attenzione sui genitori. A loro e ai loro figli nell’età delle scuole superiori sono stati presentati modelli di carriere scientifiche, così da farli riflettere insieme sui lati positivi e negativi del diventare scienziato. Le famiglie sono state invitate al science center e coinvolte in demonstration, avendo l’opportunità di dialogare con le guide che li accompagnavano. Proprio il contatto con le guide, tutte con formazione scientifica, ha dato l’occasione ai partecipanti di discutere sulle prospettive di una carriera scientifica.
Ultima delle attività di Gapp, quella dell’Università di Varsavia ha investito maggiormente sugli insegnanti, con l’obiettivo di presentare loro l’effettiva realtà delle carriere scientifiche e delle differenze di genere nel loro paese. Gli insegnanti, che in una fase precedente erano stati invitati a partecipare a workshop e a seminari, hanno avuto l’incarico di mostrare in classe un video in cui due ricercatori, un ragazzo e una ragazza, raccontano della passione e della fatica del loro lavoro, ma anche dei loro interessi extralavorativi, dalla pittura alla musica rock.
Il tempo delle scelte
È vero che i ragazzi hanno le idee confuse su chi sono e che cosa fanno gli scienziati e i tecnologi. Ma tutte le diverse attività sviluppate nel corso del progetto dimostrano come i ragazzi sentano una forte necessità di ascoltare storie di scienza e frequentare ambienti dove la scienza e la tecnologia vengono fatte, quotidianamente. E bisogna dare loro l’opportunità di conoscere da vicino questi ambienti presto, già nel passaggio fra le scuole medie e le superiori, quando l’indirizzo scelto è importante, ma non ancora determinante. È in questa fase che i ragazzi e le ragazze iniziano a pensare veramente al proprio futuro. C’è chi ci mette un di più di concretezza e chi si lascia andare ai sogni. Chi è disilluso e chi ha grandi scenari e prospettive. Chi è spaventato e chi è spavaldo. Ma, per tutti, questo è il momento della prima importante scelta di vita. Il problema, dal nostro punto di vista, è che questo momento arriva in una fase in cui la scienza è guardata con ansia, come qualcosa di troppo alto e importante, qualcosa per la quale non siamo portati, non siamo adatti (e in particolare il senso di inadeguatezza è più femminile che maschile). Queste convinzioni nascono e si radicano ben prima che i ragazzi abbiano una qualche consapevolezza, o almeno informazione, di cosa fa un ricercatore: ecco perché è bene che attività di orientamento come quelle di Gapp accadano in questa fase.
Umanizzare la ricerca
Oltre a fornire idee per avvicinare i ragazzi, e in particolar modo le ragazze, alle carriere scientifiche, il successo di queste attività conferma l’efficacia di un modo attivo e non soltanto promozionale di affrontare il problema dell’orientamento scolastico. Lo dimostrano sia le griglie di valutazione applicate dai partner del progetto durante le attività, sia le interviste ai partecipanti (studenti, insegnanti, ricercatori, genitori) realizzate prima e dopo gli eventi.
In sintesi, l’efficacia delle attività proposte si basa sulla creazione di un dialogo nel quale gli attori principali sono stati messi in contatto diretto con gli studenti, raccontando storie di vita, mostrando gli ambienti dove si fa scienza, in una parola coinvolgendo i giovani in modo produttivo. Ai ragazzi è stata data, in quasi tutte le attività, la responsabilità di fare qualcosa di creativo, dal tenere in vita un blog al partecipare ai giochi organizzati in un science center, dal maneggiare gli strumenti in un vero laboratorio al realizzare un cortometraggio e partecipare a una premiazione. Incontrare ricercatori e ricercatrici, intervistarli, filmarli, andare nei loro laboratori ha l’effetto di far cambiare punto di vista ai giovani. Il ricercatore non è più mitico e astratto, ma diventa uomo o donna in carne e ossa con le sue soddisfazioni e i suoi insuccessi, le difficoltà e i riconoscimenti, con gli ostacoli dati dalla mancanza di una rete sociale di supporto al lavoro e i sacrifici per far quadrare ricerca e famiglia. Il ricercatore si umanizza e diventa più “possibile”, più vicino all’immaginario dei ragazzi e alle ipotesi che prendono in considerazione per la propria vita futura.
Una questione di carriera
La scelta di una carriera scientifica non è orientata dall’essere maschio o femmina; il problema principale risiede nella generale difficoltà che le donne incontrano, rispetto agli uomini, nel fare carriera. Questa l’opinione condivisa da studenti, genitori e insegnanti sul tema “questione di genere e carriere scientifiche”, emersa nel corso del progetto Gapp. Più in dettaglio, soprattutto il pubblico adulto ritiene che l’esclusione delle donne dalle carriere, in ogni tipo di settore, dipenda dall’aspettativa che i datori di lavoro hanno sulla conciliazione tra lavoro e famiglia.
E ancora: sia i giovani sia gli adulti spiegano le differenze fra donne e uomini nell’ambito dei mestieri della scienza e della tecnologia in termini di “talento” e “interesse”. Tendono a considerare gli uomini più ambiziosi e in cerca di uno status elevato e le donne più attente a scegliere un lavoro gratificante e a pensare alla famiglia. La biologia, perciò, in quanto scienza “meno esatta” e più “sociale” viene percepita come più “adatta” a queste ultime e più vicina all’ambito della salute. I numeri delle iscrizioni alle facoltà di medicina supportano ampiamente questo risultato.
Per ciò che riguarda invece le professioni legate alle scienze dure, come la fisica, la chimica e la matematica, il contesto al quale si fa riferimento è limitato alla scuola, a ciò che si impara lì e al mestiere dell’insegnante. Ne diamo un esempio evidente: alla richiesta di costruire la carta d’identità di alcune professioni scientifiche e tecnologiche, nessuno dei ragazzi intervistati, in nessuno dei sei Paesi, ha descritto che cosa fa un matematico, chiaro segno di una mancanza di prospettiva sulle molteplici applicazioni di questo mestiere, dalla finanza allo sviluppo dei sistemi che garantiscono l’efficienza della rete ferroviaria. Ancor più difficile immaginare che chi fa matematica sia donna, se non nel ruolo di insegnante.
Ricercatrici e… normali
«Non c’è un’immagine femminile della scienza. Bisognerebbe cominciare a far vedere facce giovani, cioè ragazze motivate, contente, circondate dai loro figli e che magari stanno pure al microscopio elettronico. La vita è questa; non è che uno deve rinunciare a tutto, anche a essere carina». Questa è l’opinione di Rossella Palomba, dirigente di ricerca del Consiglio nazionale delle ricerche ed esperta di statistiche di genere, intervistata tra gli opinion leader nella fase di ricerca del progetto Gapp.
Oggi, anche solo rispetto a un decennio fa, le iscrizioni delle ragazze alle facoltà scientifiche sono in numero e proporzione maggiori, ma la scarsa presenza delle donne nella scienza rimane un (problematico) dato di fatto nel contesto professionale, soprattutto a livelli dirigenziali. «È la società, con i suoi meccanismi di riproduzione e conservazione, a non essere al passo con il superamento di questi pregiudizi», sostengono gli opinion leader intervistati durante il progetto. Gli impegni famigliari non equamente distribuiti, la ridotta disponibilità ai trasferimenti, la mancanza di strutture che supportino il lavoro delle donne nella ricerca, ma anche dinamiche di potere sedimentate nei luoghi di lavoro sono tutte concause dell’assenza di nomi femminili nelle cariche più alte di istituti e aziende che fanno ricerca, in particolare in Italia. In tutto ciò, il fatto che i media continuino a rappresentare il ricercatore ancora e sempre come un uomo non aiuta. Non basta portare come modelli Margherita Hack e Rita Levi Montalcini. Servono esempi più aderenti alla realtà, sia in quantità (sono tante le giovani ricercatrici), sia in qualità: devono essere modelli meno “alti” e più vicini alla ricercatrice di tutti i giorni, con tutte le caratteristiche e i limiti di una vita normale.
In rete!
- Gapp Sito del progetto; riporta tutte le fasi della ricerca e i report delle varie attività. www.gendergapp.eu
- Facoltà in crisi Ricerca sul declino delle iscrizioni alle facoltà scientifiche (oggi in lieve ripresa, dopo anni di calo continuo): dati e riflessioni. http://crisiscientifica.anisn.it/ricerca.php
- La rilevanza della scienza Pagina web di un progetto internazionale di ricerca dedicato ai fattori rilevanti per la percezione dell’importanza dell’apprendimento della scienza e della tecnologia, con una ricca bibliografia. www.ils.uio.no/english/rose
Per approfondire
- R. Palomba (a cura di), Figlie di Minerva, Franco Angeli, Milano, 2000.
- Directorate-General for Research, Science in Society, She Figures 2006, Women and Science – Statistics and Indicators, European Commission, 2006.
- A. van Langen, L. Rekers-Mombarg e H. Dekkers, Sex-related Differences in the Determinants and Process of Science and Mathematics Choice in Pre-university Education, “International Journal of Science Education”, 2006, 28, pp. 71–94.
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Gli autori
Federica Manzoli è ricercatrice sociale. Ha conseguito il Master in comunicazione della scienza alla Sissa di Trieste ed è dottoranda in scienza e società presso l’Università statale di Milano.
Daniele Gouthier è ricercatore e scrittore scientifico free lance. Ha conseguito il PhD in matematica alla Sissa di Trieste. È autore di Le parole di Einstein (Dedalo, 2006) con Elena Ioli.
Insieme, Manzoli e Gouthier hanno scritto Il solito Albert e la piccola Dolly (Springer Italia, 2008).
